Quanto resta in tasca con i due regimi, al variare dei costi effettivi. Il punto in cui le due linee si incrociano è il livello di costi oltre il quale l'ordinario inizia a convenire.
Nel forfettario non si addebita IVA e non si detrae quella sugli acquisti. Se lavori con privati, il tuo prezzo finale è più basso a parità di incasso: è un vantaggio commerciale che qui non compare. Se lavori con imprese, l'IVA è neutra per il cliente e il non poterla detrarre sugli acquisti diventa un costo puro, che invece pesa. Su investimenti importanti la differenza è rilevante.
Il forfettario non tiene registri IVA, non fa liquidazioni periodiche, non presenta la dichiarazione IVA, non applica gli ISA, non subisce ritenuta d'acconto. Il costo in più della contabilità puoi inserirlo fra le variabili; il tempo tuo no.
Nel forfettario il reddito è sempre positivo perché si calcola in percentuale sugli incassi, anche in un anno chiuso in perdita. Nell'ordinario la perdita si può portare in avanti. Per un'attività che parte con investimenti pesanti la differenza è sostanziale.
Chi sta nel forfettario e non ha altri redditi IRPEF non può usare detrazioni e deduzioni: spese sanitarie, mutuo, ristrutturazioni, previdenza complementare restano inutilizzate. Se hai un reddito da lavoro dipendente o da locazione a tassazione ordinaria, invece, le recuperi lì.
Sopra 85.000 € di incassi il forfettario finisce l'anno dopo; sopra 100.000 € cessa subito. Il confronto ha senso solo sotto quelle soglie.